[poco tempo e troppa fame] poi succede che certi dischi ti appaiono dal nulla o quasi. ti si materializzano in mano e non sai come. succede che trovi finalmente il disco che condensa su quattro facciate il suono che ormai -quasi- da mesi hai in testa e non trovi in nessun luogo. wohaw di the usa is a monster è la creatività dei minutemen unita alla schizofrenia di un gruppo come gli hella. è hardcore nell'anima e progressive nel suono. è grande musica come non so da quanto tempo non ascoltavo. è epica etica e pathos tutto insieme. il folk che cammina sotto braccio con il noise. la velocità che si contamina di psichedelia. le parole che diventano pugni nello stomaco all the world leaders must die / the world leaders do not have the best intentions in regards to the survival of the planet and the majority of the human species. è tutto questo ma anche -decisamente- molto di più. è musica che chiede di essere ascoltata avidamente. una scossa elettrica a neuroni assopiti dalle lobotomie quotidiane. il rock come non ce lo ricordavamo assolutamente più. the usa is a monster sono colin e tom. il loro disco esce per load records. che a questo punto si candida a pieno titolo a diventare la sst degli anni duemila. 'sticazzi.
[dischi che ci piacciono in questa giornata uggiosa][1] no flashlight del benemerito mount eerie, già microphones e a suo tempo dietro ai tamburi dei beefheartiani old time relijun. folk intimista che rimanda ora a smog ora palace music arricchendo il piatto con un qualcosa di poco identificabile ma che azzerderei -senza timore di sbilanciarmi troppo- a definire can. insomma c'è la loro influenza in un qualche misterioso modo. il tutto virato in bassa fedeltà. in evidenza anche il quasi gemello singers in cui la vena folk è decisamente più accentuata.
[dischi che ci piacciono in questa giornata uggiosa][2] le sparse note di pianoforte disperse tra i (r)umori elettronici, come nubi spesse che coprono il cielo, di remembranza, opera di fernando corona meglio conosciuto come murcof. ambientazioni struggenti. soffici archi a sottolinearne la drammaticità. dilatazioni narcotiche ad accompagnare gli ultimi pensieri prima della notte.
[dischi che ci piacciono in questa giornata uggiosa][3] gelide scansioni elettroniche unite a dilatate melodie di clusteriana memoria e rari riverberi dub compongono quantum transposition di arpanet. la funzione arpeggiatore del synth a tratti la fa da padrone. c'è qualcosa dei primi autechre. più sintetico che più sintetico non è possibile praticamente privo di umanità. affascinante.
[sincrono asincrono] raccolta definitiva della ipecac a cerebrare il genio di ennio morricone. trenta pezzi pescati dalle colonne sonore di film impossibili come sesso nel confessionale, una lucertola con pelle di donna, giornata nera per l'ariete e via elencando. dentro ci si trova funk, jazz, improvvisata, ansimi, sibili, ritmi avant, atmosfere plumbee viscose e psichedeliche. tanto per chiarire da dove arriva un buon novanta per cento dell'ispirazione di mike patton. crime and dissonance è da avere a scatola chiusa.

[mi sa che glielo dovevo] i disciplinatha sono stati tra i migliori gruppi italiani della prima metà degli anni ’90. non c’è dubbio su questo. già attivi su finire degli anni ’80, è del 1988 il loro primo ep, abbiamo pazientato 40 anni. ora basta, col quale creano non pochi fraintendimenti utilizzando un campionamento della voce del tristemente famoso dittatore pelato proprio nel pezzo che apre il suddetto ep, addis abeba, un muscoloso brano tutto chitarre acide e distorte e tastiere orchestrali sostenute da un’aggressiva batteria. musicalmente i disciplinatha del primo ep propongono una miscela di punk, metal, elettronica industriale e finanche hardcore. i testi, in inglese, riuscivano ad essere politici senza suonare retorici o populisti. elemento caratterizzante del gruppo era la chitarra di dario parisini, che poi vedremo anche in una delle ultime versioni dei massimo volume, sempre puntuale nel disegnare riff veloci e taglienti giocati sull’uso dissennato di armonici e leva del vibrato nonché su assoli quasi commoventi nella loro sfacciata tamarraggine, come quello che apre disciplinatha canto del potere. tracce di hardcore contaminano i due pezzi successivi, milizia, coperta da strati di wha wha, e retorika, mentre leopoli, anche questa sommersa da valanghe di chitarre inacidite, svela le già più che intuibili similitudini con i killing joke. la formazione a quattro che registra il primo ep, con crisi di valori del 1991, si allarga con l’ingresso di una nuova bassista, roberta vicinelli, e vanessa vignini, che lascerà poi il gruppo prima del successivo album, e valeria cevolani che vanno ad affiancare cristiano santini alla voce. per evitare ulteriori fraintendimenti sulla copertina del disco compare la scritta non siamo di destra, anzi, siamo buoni. i testi finalmente in italiano sono un atto di accusa contro lo stato delle cose “preoccupante. non si sente più pensare. preoccupante. ricominciano a sparare. figli della grassa pace continentale”. nazioni è un grido strozzato, rivela le radici più industrial del gruppo, alternando campionamenti a velocissimi stacchi hardcore. sono gli anni della guerra in jugoslavia e frasi come “fate presto voi a parlare, europa unita, indipendente! cadaveri al risveglio, smaniosi di ricominciare a morte! guardano dietro di sé per imitare” disegnano un triste parallelo con un passato di cui tutto è “già visto, già detto, già fatto, provato, razze, pure, etnie, frontiere”. crisi di valori riprende gli stessi schemi inserendo ancora voci campionate a ripetere l’estenuante ritornello crisidivaloricrisicrisicrisidivalori, e rappresenta lo sbandamento di una generazione svuotata di tutto, quella uscita dagli anni ’80 e che si affaccia ai ‘90. nel 1994 esce un mondo nuovo. il disco è un piccolo capolavoro, a mio avviso uno dei più importanti di quegli anni, al pari di lungo i bordi dei massimo volume. il suono del gruppo è finalmente a fuoco e definito, le voci maschile e femminile si alternano, gli stacchi più elettronici sono più mirati e perfettamente integrati con le chitarre di parisini che continua a macinare riff ma senza ricoprire il resto. è un equilibrio praticamente perfetto tra le varie parti che compongono la band. l’urlo rauco dei primi due ep diventa meno aggressivo e più melodico riuscendo però a conservare la rabbia degli inizi. qualche passaggio potrebbe addirittura rimandare ai nine inch nails. ma la formula del gruppo è finalmente originale e riesce a distaccarsi da qualsiasi modello. il suono dei disciplinatha è ormai un marchio di fabbrica, originale e perfettamente riconoscibile. le canzoni, ascoltate oggi, undici anni dopo l’uscita del disco, non perdono un grammo della loro efficacia, tantomeno i testi. quasi inutile citare un pezzo, sarebbe fare torto a una delle opere più complete della musica alternativa negli anni ’90 in italia. passeranno due anni e purtroppo primigenia, ultimo disco firmato disciplinatha, non saprà ripetersi sugli stessi livelli, risultando anzi un album del tutto trascurabile. il gruppo subito dopo si scioglierà. come forse era giusto che fosse, che niente dura sempre. ciò non toglie che disciplinatha sia stato un gruppo a dir poco seminale. meritava sicuramente di più del posto che ha occupato.
discografia
abbiamo pazientato 40 anni. ora basta. (1988, ep)
crisi di valori (1991, ep)
maciste contro tutti (1993) - live con c.s.i. e üstmamò
un mondo nuovo (1994)
a raccolta (1995) - riunisce i due ep e registrazioni live
primigenia (1996)
compaiono inoltre sulla compilation materiale resistente con il brano vi ricordate quel 18 aprile
