[chevreuil + stylefire @ spazio 211 - mercoledì 19.04.06] tentare sull'onda emotiva di descrivere l'impatto che gli chevreuil hanno avuto sulla mia psiche minata dagli alcolici non è impresa facile. un senso di vertigine mi ha colto quando sono stato investito dalla massa di suono prodotta dai due francesi. una batteria suonata con i tentacoli, un corpo lungo e magro, julien, piegato in due, fuso con i suoi tamburi, una furia, inarrestabile. di fronte a lui tony, chitarra e tastiera, un continuo sovrapporsi di loop, fraseggi, riff ipnotici. un'onda continua di suono. una pulsazione vitale. di getto, dei nomi a caso, anche troppo facili, don caballero, trans am, battles, king crimson, per tentare di dare una coordinata, un punto fermo nel meraviglioso e metronomico caos sonoro che usciva dai quattro amplificatori disposti a cerchio intorno al gruppo. io sono dell'idea che band del genere dovrebbero riempire perlomeno gli stadi ed essere inserite in tutti i programmi di educazione musicale, dalle scuole materne alle superiori. purtroppo, invece, sono destinate a rimanere ai margini sempre, troppo umili e troppo complicate, troppo poco digeribili per la maggior parte del pubblico spillettato, che magari a vedere uno che suda mentre suona e un altro che come sedia usa un frigo da campeggio potrebbe rimanerci male. d'altra parte non posso neanche pensare che ci sia tutta questa gente deviata come me capace di esaltarsi come un bambino e a commuoversi di fronte a certe dimostrazioni di tecnica/brutalità/fantasia/genialità. le cose vanno così e gli chevreuil sono destinati a rimanere un culto per pochi. ma tantè. da non dimenticare in apertura di serata i due stylefire, un misto di bob log III, captain beefheart e blues explosion dei bei tempi, nei confronti dei quali non posso che dimostrare tutta la mia parzialità, essendo a mio parere uno dei gruppi più sottovalutati della storia dell'indie nostrano. d'altronde cosa aspettarsi da gente che prima di salire sul palco ammette candidamente "non so se pubblicheremo mai un disco, ce ne sono già così tanti in giro".
[plumbline/roger eno - transparencies - dukebox - 2006] collaborazione tra will thomas aka plumbline e roger eno, fratello di brian, transparencies è un pò meno di quello che mi aspettavo. un pò meno quando a prevalere è la linea melodica, che a voler essere un pò cattivi tende ad essere stracciapalle. una conferma quando invece l'elettronica e i glitches entrano prepotentemente in scena. l'andamento del disco rimane comunque malinconico e meditativo, ovvero decisamente cinematico e ambientale. come una versione di by this river rivisitata solo piano e ritmi e rumori elettronici. constatato che circles, opera solitaria targata plumbline del 2003, era su ben altri livelli, non ci si può in ogni caso lamentare. ma a posteriori posso dire che venti euro questa volta le avrei potute risparmiare.
[foehn - insideout eyes - swarffinger records - 1997] insideout eyes, datato 1997, è l'album di debutto di debbie parsons, già al fianco di matt elliott in qualche episodio tagato third eye foundation. difficilmente incasellabile, questa prima opera dell'artista di bristol, si rivela estremamente affascinante all'ascolto. registrazione brutale e lo-fi, fatta di elettronica casereccia, chitarre ora arpeggiate ora in feedback, organi, strumenti a fiato e campionamenti di voci, lambisce territori prossimi ai faust, ma anche certo folk deviato e il post rock meno convenzionale, più vicino all'improvvisazione, conservando un umore scuro e inquietante, come una colonna sonora senza immagini. un paio di interventi ricordano molto da vicino le cose del matt elliott solista, ma è solo un attimo, le strutture di foehn sono più libere e votate ad aperture, come dire, cosmiche. nel 2000 debbie ha ancora fatto uscire qualcosa per fat cat records poi ne ho persa traccia. insideout eyes è in ogni caso un piccolo classico minore che vale sicuramente la riscoperta.
[agf.3 + sue.c - mini movies - asphodel - 2006] voce che prende l'anima quella di antye greie, buttata lì quasi a caso su astratte strutture i.d.m. ghiacciate in profondità dub. qualcosa come autechre meets lamb meets bjork. spaventa il genio, pochi suoni tutti giusti, e come antye riesca a creare certe melodie su queste non-strutture elettroniche, capaci di sfiorare inaspettatamente il soul e il blues. indubbiamente tra i pochi artisti che oggi riescono a darmi i brividi. musica splendida. voce splendida. disco splendido.