[grandaddy - just like the fumbly cat - v2 - 2006] esattamente identico a tutti i dischi precedenti, tranne per il fatto che dovrebbe essere l'ultimo dato che i grandaddy si sono sciolti, almeno credo. che poi non si può mai sapere. identico al resto si diceva, quindi per quanto mi riguarda da avere, per crogiolarsi su quei power chords in minore che tanto fanno sospirare, quelle tastierine cheap, le batterie tutte uguali, la voce splendidamente nasale di jason lytle. poi ci possiamo perdere a discutere se è meglio o peggio di sumday o se ci sono pezzi del livello di the sophtware slump eccetera, ma io direi che non è il caso, se conoscete i grandaddy prenderete anche questo disco, non c'è bisogno che qualcuno ve lo dica, se non li conoscete uno vale l'altro, tanto sono tutti bellissimi e tutti uguali. just like the fumbly cat ha un tocco di malinconia in più e forse contiene il pezzo più veloce e punk mai scritto dal gruppo, 50%. [ma che razza di recensione è questa? non è per niente seria!]

[volcano! - beautiful seizure - leaf - 2006] stronzi. vi odio. ero ormai rassegnato a vivere di musica vecchia per il resto dei miei giorni godendo della rendita di un paio di scaffali colmi di vinili e del mercato dell'usato quand'ecco che il solito omino dei dischi mi infila in mano questo dischetto. leggo la data, 2006. no dai non posso ascoltare musica uscita nel 2006, ormai è una cosa che va contro i miei principi di rassegnato. e invece. giorni e giorni che beautiful seizure inonda le mie orecchie. questi tre merdosi a nome volcano! non sono altro che dei volgari riciclatori autoindulgenti che ho imparato ad amare alla follia fin dal primo ascolto. che gioia sentire queste chitarre slabbrate inventarsi un nuovo free qualcosa, mischiate a giochini di elettronica spaziale e voce carica di verbosità emotiva e lamentosa. c'è stile in tutto questo. come dire storm & stress meets animal collective meets radiohead meets desaparecidos. magari detto così sembra una stronzata, ma il disco fa il suo effetto, e assicura belle figure con gli amici più esigenti. fossi in voi un'ascolto ce lo darei.

[black heart procession - live @ hiroshimmia mon amour - torino] black heart procession significa brividi lungo la schiena, cuori che si spezzano, fiato che manca, lacrime blu che scendono da occhi pieni di diamanti. significa lasciarsi consapevolmente coprire da un velo scuro di tristezza. e anche se oggi il gruppo è ben lontano dai picchi di depressione che hanno marchiato a fuoco i primi tre album, ascoltare un loro concerto, vederli su di un palco con quelle loro barbe incolte, quello sguardo un po’ così, la bottiglia di j&b che passa continuamente di mano, è comunque una bella sensazione. il piacere perverso di lasciarsi correre addosso i loro giri di accordi in minore, le dolenti note del piano, il sibilo della sega suonata con l’archetto, la voce sempre uguale, ad intonare melodie che sanno di eterno dolore e disperazione, ecco, il piacere perverso di vivere tutto questo è il segreto che accompagna il desiderio di ascoltare la processione dei cuori neri. aspettare con trepidazione the letter o the replacement, dall’ultimo the spell, o un classico come blue tears, consapevoli del nodo che subito dopo ci stringerà la gola è una sensazione impagabile. è così bello piangere alle volte. unico imperdonabile difetto del concerto, l’assenza in scaletta di un capolavoro come it’s a crime i’ve never told you about the diamonds in your eyes. sarebbe stata la coltellata finale a decine di cuori desiderosi di farsi trafiggere.
[glenn branca - the ascension - 1981 / 99 records - 2003 / acute] semplicemente la chiave di volta per capire il suono di new york di fine '70 primi anni '80. basta un solo ascolto per venirne illuminati. la gioventù sonica di lì a venire che deve tutto ma proprio tutto a questo disco e al suo compositore e alle sue intuizioni. la gioventù sonica e non solo. credo che qualsiasi gruppo indie o noise sulla faccia della terra sia stato anticipato da questo disco. non c'è confronto. con nessuno. cinque pezzi dove le chitarre suonano esattamente in quel modo. non per niente uno dei cinque chitarristi presenti nel disco è un certo lee ranaldo. sovrapposizioni continue di riff chitarristici si alternano a momenti dal puro sapore minimalista e a esplosioni soniche e dissonanti, improvvise melodie lasciano il posto ad altrettanto improvvise cacofonie rumoriste e ossessioni percussive in un continuo e ipnotico alternarsi che non può che lasciare con la bava alla bocca dallo stupore. uno dei punti più alti -una vera e propria ascensione al cielo- mai raggiunti dal fottuto e putrefatto rock: le intuzioni di glass e reich viste attraverso la lente deformante dell'ignoranza propria del genere in questione. definitivamente irraggiungibile.

[oxbow - let me be a woman - 1999 crippled / 2002 ruminance] il suono del dolore. la sublimazione del dolore. la voce di eugene robinson, nero, gigantesco, pazzo. le chitarre di niko wenner, frustate, distorte, sopra le righe. la batteria di greg davis e il basso di dan adams motrici dinamiche motori sfasati. steve albini a plasmarne il suono. noise. serenade in red, l'anno successivo, sarà più sofferto. ma in quel momento let me be a woman è rumore fuori controllo, urla primitive, disagio psicotico e metropolitano. roba che ad ascoltarla non si rimane tranquilli. neanche un pò.