[captain beefheart and his magic band - safe as milk - 1967 - buddha] ancora lontana dalle destrutturazioni free del capolavoro trout mask replica, la magic band nel suo primo album mette in fila dodici pezzi [che diventano diciannove nella ristampa del 1999 sempre su buddha] dall'acido sapore blues rock e folk, con qualche rapida incursione garage quando non verso il soul. tagliando corto, safe as milk è un fottuto disco con i controcazzi e ancora oggi marca la distanza dalle centinaia di produzioni simili. electricity è un'introduzione all'epilessia che sarà, i 13th floor elevator non sono così lontani. abba zaba è la follia che si infila tra le pieghe del disco. captain beefheart riesce ancora ad essere melodico ma a tratti esce il suo lamento devastato. batteria e chitarre, tra cui un giovanissimo ry cooder, fanno scintille fuoco e fiamme. e cristo, questi facevano blues rock ai tempi ma suonavamo come fossero i don caballero oggi. certe cose alle volte mi fanno pensare.

[cerberus shoal - the land we all believe in - monotreme records - 2006] galvanizzato dall'ascolto dell'epico split the vim & vigour of alvarius b and cerberus shoal [stella white - 2002, roba che vi consiglio così a scatola chiusa, se siete coraggiosi] mi tuffo senza esitazione e con un certo entusiasmo nel flusso misterico musicale che i fricchettoni cerberus shoal riescono ad esprimere anche in questo nuovo the land we all believe in. sei lunghe composizioni tra psichedelia, momenti quasi folk quasi pop quasi da operetta quasi da rock show dei poveri, roba che deve proprio piacerti per ascoltarla. e infatti così è. basta tapparsi le orecchie in quel paio di momenti in cui i nostri si lasciano prendere la mano e aprono ad un cantato lirico e gorgheggiante, pie for the president, ma dura poco, e godersi tutto il resto, che è molto, wyrm e tasking out the enemy su tutte. roba per fini intenditori e ascoltatori pazienti, consumatori della discografia barrettiana e amanti dell'acido lisergico. io amo i cerberus shoal. ecco, l'ho detto.

[dinosaur jr live @ teatro della concordia – venaria – 31/5/2006] e come si fa a scrivere del concerto del tuo gruppo preferito di tutti i tempi? non essendo io nessuno, posso rimanere semplicemente un fan e dire che non mi importa riportare la scaletta, sottolineare l’acustica del teatro, parlare di tutte quelle cose importanti per raccontare un concerto, se c’era o gente o meno, non lo so, c’ero io e c’erano i dinosaur jr. c’ero l’io di ora, qualche anno sopra i trenta, e c’era l’io di allora, quello che cercava di interpretare la valanga di note distorte che uscivano dai solchi di you’re living all over me e bug e di dare un senso alle cose che gli stavano attorno, e il senso stava nell’alzare il volume dello stereo per non sentire più nulla. perciò scusatemi se più o meno al terzo pezzo, eravamo dalle parti di wagon, ho perso letteralmente la coscienza e non ci ho più capito nulla, il mio cuore semplicemente non ha retto, l’ho sentito aprirsi e buttare fuori felicità sotto forma di lacrime, e cazzo credetemi, è stata una cosa bellissima, non so da quanto non mi succedeva, se mi è mai successo. Io allora avrei voluto salire sul palco e stringergli la mano a j mascis, avrei voluto baciare lou barlow e abbracciare murph, e dirgli che gli anni sono passati per loro come per me, che abbiamo perso i capelli, ci sono venute la pance, siamo imbiancati anzitempo, ma le loro canzoni sono rimaste meravigliose e io non ho più parole per dire di little fury things e di kracked, di sludgefeast, di freakscene di forget the swan e di tutte le altre. ora vorrei solo volume e chitarre e giri di basso suonato bicorde e batterie che mi devastano lo stomaco e feedback e rumore e rumore e ancora rumore e sotto tutto questo rumore le melodie più belle e pure che ho mai sentito. e poi cari mascis e barlow e murph, io lo so che siete tornati insieme solo per i dollari e magari vi parlate a stento, ma a me non frega un cazzo, io volevo solo ringraziarvi per come mi avete fatto sentire l’altra sera in quel teatro e anche per quando ci siamo incontrati diciotto anni fa.