[no means no - all road lead to ausfahrt - wrong records - 2006] meravigliosamente sempre uguali a loro stessi i no means no dopo quasi sei anni tornano a farsi vivi e l'unica cosa che c'è da dire è che ti rompono la faccia, come sempre, un'altra volta. è piacevole avere di queste certezze nella vita. sapere che non sono cambiati e nonostante pance e capelli bianchi un loro disco ha ancora la capacità di divertirti, caricarti, farti venire voglia di vederli dal vivo immediatamente. la formula è sempre la stessa, potenza + tecnica + ironia, punk + progressive, il risultanto non cambia mai, ma questi tre vecchi nerds incazzati sono da amare sempre e incondizionatamente, perchè sono dei puri. cazzo, dei puri. ne sono rimasti veramente pochi. adesso vado a pranzo con il mio amico e cantiamo tutte le loro canzoni in coro, finchè non ci cacciano dal bar. anche quelle di questo disco che a memoria non le sappiamo ancora. 'til i die 'til i die 'til i die!
[the drones - gala mill - atp/r - 2006] i looked down the line credo sia il pezzo che preferisco. solo rock fatto bene. niente di nuovo. ma il punto è che era dai tempi di thin white rope o green on red che non mi succedeva di imbattermi in cose di questo genere. o meglio in cose di questo genere che mi dicessero qualcosa. manca forse un pò della rabbia drogata di quei gruppi lì che dicevo prima. la disperazione dei morti di fame che suonano il rock solo per non finirci sotto. per non finire sotto il peso della vita. questi the drones qui ci hanno il piglio fighetto e ripulito dei nostri giorni, si vede che se la tirano, è chiaro che s'atteggiano. ma, chi sa come, scrivono belle canzoni e con un bel suono, e di notte tornando a casa e guidando con le montagne a sinistra e la nebbia a destra hanno il loro senso e ti fan venire voglia di rallentare, di andare più piano, e di accenderti ancora una sigaretta e ripensare all'ultimo bicchiere che hai bevuto che forse era di troppo, e poi certo si poteva ancora restare al bar, ma i soldi son quello che sono e farteli prestare non sembrava il caso. e il fondo ti sembrava di averlo già toccato, e poi cominciano a venire i pensieri tristi, cazzo ti ricordi quel viaggio nel '99? si ma dove accidenti siamo andati? non so ma abbiamo guidato a lungo. e quando siamo arrivati? e quando siamo arrivati c'era il deserto. poi a quel punto fermi la macchina all'improvviso, salti giù e guardi in alto e le conti. si ci sono ancora tutte. meno male. si torna a casa.
[burial - burial - hyperdub - 2006] mi ricordo del trasloco. di quando sono stato a londra intendo. che ho quella foto di noi con i materassi appoggiati al muro. io con la maglietta grigia, quella bucata sulla spalla. in mano una sigaretta. a terra degli scatoloni. la moquette sui muri. in bagno. in cucina. il tè caldo caldo e la birra fredda gli avanzi del take away arabo. fuori una pioggia fine. la moto della tua amica sotto la finestra. che mi piaceva camminare per quei posti grigi e guardare i cartelloni pubblicitari fosse anche solo per non guardarti negli occhi. [scuro. lento. oppiaceo. minimale. non troppo distante da tricky. a tratti decisamente sull'ipnotico ossessivo. vagamente ambientale. ti potrebbe piacere. ciao!]
[squarepusher - hello everythig - warp - 2006] il debutto di tom jenkinson, feed me weird things, risale al 1996. dieci anni e circa sette album dopo, il nostro spiattella tutte le sue influenze apertamente in questo hello everything, raccolta che unisce elettronica, che per brevità diremo alla aphex twin, ad indicare quei ritmi drum'n'bass spezzati, l'uso intelligente del synth e di break improvvisi, ad una sorta di ipertecnica jazz fusion. tom è bassista di ottima fattura e non è difficile individuare tracce di weather report in certi passaggi, bubble life su tutti. per quanto possa sembrare strano il disco suona bene, e superato il primo impatto tipo ehi che cazzo è 'sta roba, ci si accorge che se ascoltato senza paraocchi, per certi versi, si tratta di un album davvero geniale.