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[confusional quartet - confusional quartet - elica - 1999] è già di qualche anno questa interessantissima ristampa dell'etichetta eporediese elica. si tratta di materiale, suppongo altrimenti introvabile, dei bolognesi confusional quartet, in sostanza l'album del 1980 e l'ep del 1981. i confusional quartet sono state una delle migliori espressioni della new wave italiana, anche se sembra quasi una forzatura definirli in tal modo dato l'eclettismo con cui il gruppo si muoveva tra la materia musicale. decisamente forte era infatti l'impronta jazz rock, anche se poi la tendenza era di sporcare il suono con inserti elettronici, rumori e certi andamenti demenziali e robotici. in un certo senso, appare fin troppo facile tirar fuori nomi come devo e residents, che pure una certa influenza su di loro devono averla avuta, per definire queste schegge impazzite di jazz, punk, lounge ed elettronica, ma tant'è. musica completamente strumentale, in ogni caso, che quasi 30 anni dopo non perde un grammo della sua originalità. qui marco bertoni, che dei confusional era il tastierista, offre una bella fotografia dell'epoca e del gruppo.
[trumans water - 10 x my age - elemental records - 1993] me mi piace quando trovo i dischi per caso come questo qui. così sfangando negli archivi segreti dello spacciatore di fiducia che tiene le scatole nascoste sotto il registratore di cassa sono entrato in possesso di questo ep targato trumans water e datato 1993. sei pezzi di cui almeno quattro sono scarti ma cazzo basta un brano come empty queen II in apertura per far capire a che livello stanno, superiore direi, proprio un'altra dimensione. sarà che io per queste chitarre stonate, la voce mezza urlata, l'andamento pseudo intellettuale e l'apparente, sottolineo apparente, incapacità strumentale ci ho sempre avuto un debole ma per quanto mi riguarda trumans water, insieme a polvo e brainiac, rappresentano la vetta di tutto ciò che ho amato nella musica degli anni '90. quel misto di furia iconoclasta e sonic youth a perdere, finger pointing e gioco a fare il sun ra dei poveri, gioventù bruciate e tour infiniti su furgoni scassati. dispiace che gruppi così oggi forse è un pò più faticoso trovarli, ma magari sono solo io che non ho più la pazienza di cercare. o mi accontento di rimestare nel passato. sa il cazzo. in ogni caso per chi non conosce la band in questione e magari gli è venuta la curiosità il consiglio sarebbe di cercarsi godspeed the punchline che è un grand'ascoltare.
[young ginns - s/t - honey bear - 1998] young ginns è stata una band di breve durata, ad inizio anni '90 qualche concerto e alcune registrazioni, molte delle quali strumentali, pubblicate poi anni dopo, nel 1998, dalla honey bear, di cui facevano parte justin trosper e brandt sandeno degli unwound e tim green, a sua volta con nation of ulysses e fucking champs. il ginn citato nel nome è un riferimento più che esplicito a greg ginn dei black flag e anche il suono del trio va detto che non si allontana di molto da queste coordinate anche se si intravede quello che verrà, ovvero una certa disperazione alla unwound. risentito oggi dopo una quindicina d'anni dalle registrazioni il disco fa ancora il suo effetto, anzi, piace parecchio e il consiglio è di recuperarlo assolutamente. roba minore ma di classe.
[antelope - reflector - dischord - 2007] per loro stessa definizione antelope plays meditative, stripped-down punk music. insieme dal 2001, ma relativamente avaro di uscite, reflector è infatti il loro primo album lungo dopo un paio di ep. il trio, di cui fa parte justin moyer, già nei ben più noti el guapo e supersystem, produce musica minimale, ripetitiva e pacatamente ritmata. se sono ottimi gli squarci afro beat di contraction e wandering ghost, il resto oscilla tra ossuto punk funk e indie moderatamente melodico, debitore ora ai fugazi ora agli stessi el guapo, ma viene anche in mente una versione più accesa degli evens. alla fine ciò che rende particolare il disco è proprio il suo essere minimale, la completa assenza di arrangiamenti: la maggior parte dei brani sono privi di ritornello, il basso spesso procede a note singole, la chitarra fa tre note tre. niente di particolare forse ma la sensazione è di essere di fronte a uno di quei dischi minori che anche a distanza di anni continuano a funzionare perfettamente.
[debiti con l'adolescenza] entrato nel brutto giro di american punk hardcore di steven blush (ed. shake - 17 scintillanti euri) constato che è davvero difficile uscirne, lettura veloce, come il genere comanda, e valanga di nomi, aneddoti, racconti, interviste, dichiarazioni. sul libro poco da dire: è assolutamente da leggere, della serie da insegnare alle elementari. ripercorrere una storia particolare come quella dell'hardcore americano è propedeutico, sono le basi da cui, semplicemente, nasce la musica così come la conosciamo oggi. basti, su tutti, l'esempio della sst, un'etichetta la cui influenza sulle generazioni a venire, e sul senso stesso della parola indipendente, è letteralmente infinito. le band, sostanzialmente, ci sono tutte, ed eccezionale è la discografia posta in appendice del libro, dettagliatissima e approfondita. storia a se, poi, la postfazione dei nostrani kina, che da sola varrebbe l'acquisto. una vicenda, la loro, che ha ancora molto da insegnare e che un tot di giovani gruppi attuali dovrebbe mandare a memoria anche solo per avvicinarsi a capire il significato della parola umiltà.
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