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[kill the vultures - the careless flame - jib door - 2006] me i kill the vultures piacciono proprio tanto. il disco precedente diceva decisamente la sua, poi visti dal vivo a torino un tot di tempo fa mi eran sembrati assolutamente trascinanti. the careless flame continua a girare intorno a campioni jazz, slam poetry, rap e cinematismi vari senza spostarsi di troppo da quanto detto nella loro prima prova ma diciamo che affina la formula ed è forse persino più scuro e fumoso, strabordante cupezza wave. moonshine, campioni rotolanti di sax e contrabbasso, lenta e sporca. dirty hands percussioni rotolanti e rumoraglia assortita. the spider's eyes, una roba tra night club futurista e un'acciaieria. days turn into nights, chitarra spagnola quasi folk quasi psichedelica, forse rubata ai doors, dal sapore mediorientale. strangers in the doorways, altri campioni jazz, ma come se a lavorarli fosse passato scorn, distorsioni e campanacci. birchwood, quello che resta di una chitarra appoggiata ad un crudele beat, semplice ed ossessivo. the wine thief, scatarri di vino su un basso che ricorda moltissimo quello di is chicago, is not chicago dei soul coughing, messo lì su un ritmo scheletrico. vermillion ancora chitarra folk, un contrabbasso a punteggiare e dare ritmo, rullate sparse e piatti jazz. how far can a dead man walk, con un sample preso da un'improvvisazione del saxofonista sean behling registrata ad un festival jazz nel 1974, messo su un ritmo spastico e una chitarra altrettanto storta. e sopra ogni cosa, le parole che si inseguono, si accartocciano, si legano furiose. gran disco. non è da tutti fare un album rap e tracciare collegamenti immaginari tra the last poets, tom waits e public enemy. per ascoltare basta andare qui.

postato da catpower | 26/07/2007 | commenti


 

[eroc - 3 - brain - 1979] eroc era il progetto solista del batterista dei misconosciuti grobschnitt, al secolo joachim heinz ehrig. questo disco rappresenta un pò il fondo del barile del krautrock, bisogna dirlo, con tanto di derive pinkfloydiane decisamente kitch. io tra l'altro una cosa che maledico è l'invenzione del chorus, e qui a tratti piuttosto lunghi, se ne abusa. nonostante le premesse pare che 3, ai tempi della sua uscita in germania, ebbe un grande successo commerciale, trascinato dal singolo wolkenreise, un mattone strumentale ultrakitch che solo un vero krauto poteva concepire, un arpeggione di chitarra acustica con il più odioso chorus mai udito, con sopra una fisarmonica e un synth preso di peso dai pink floyd di metà '70. sospetto che parti di questo brano siano state usate per la sigla dell'ispettore derrick, ma non posso averne la certezza. il resto del disco sono brani registrati tra il 1969 e il 1978, alcuni semplici rimontaggi di jam session live della vecchia band di eroc, altri pezzi scritti e suonati di suo pugno. a cercarlo ammetto che si trova del buono, anche perchè non posso ammettere di aver speso 19 sacchi per questa roba qui inutilmente. ride up è apparentemente un blues, ma suona così (di)storto che diventa affascinante, con quella batteria così avanti nel mix, il basso monotono e ossessivo e una voce satura che dice cose a caso, ascoltando questo brano ho deciso di prendere il disco, regola numero uno quando si comprano dischi: mai fermarsi al primo brano. tontillon vive di echi pink floyd, con un fender rodhes che ci gira sopra, cinematica, melodica, malinconica, vagamente epica. fito linte è un'introduzione al kitch che verrà anche se riesce a mantenersi su livelli accettabili grazie ad alcune felici intuizioni. di wolkenreise ho già detto, e conviene schiacciare il tasto ffwd, e anche per solar plexus già che ci siamo sorvoliamo, basti sapere che forse è ancora peggio della precedente. euer lied è una traccia di sola batteria che potrebbe fare felice il campionatore di molti tanto è metronomica. falke whips it out è un montaggio di alcune jam risalenti al 1969, tra cui una telefonata al meccanico di fiducia dei grobschnitt e un'improvvisazione su born to be wild. about my town, del 1971, registrata durante un live dei soliti grobschnitt è un'altro pezzo decente con alcuni bei riff, in ogni caso roba per frikkettoni principalmente. sunny sunday's sunset è un pezzo prog neanche male, soprattutto il cantato seventies che imita un pò i led zeppelin, ma più di nove minuti di questa roba in ogni caso si faticano a reggere e intorno ai quattro minuti compare una certa voglia di andare per boschi a cercare funghi. he's around here è un'altra registrazione tirata fuori dall'archivio e messa come riempitivo, anche se è probabilmente il pezzo migliore del disco, una cosa garage alla count five che quasi sembra di sentire i dirtbombs oggi, talmente la voce è nervosa e scura. crew blues session è parte di un'improvvisazione live registrata nel 1969 e ricorda vagamente i can quando ancora c'era malcolm mooney. per il resto le sei bonus track della ristampa sono sinceramente ignobili, o perlomeno non è il mio pane. in ogni caso sono fiero di questo disco, eroc è comunque il mio nuovo eroe, anche solo per le foto del libretto e la fantastica, questa si, copertina del disco.

postato da catpower | 24/07/2007 | commenti


 

[alog - amateur - rune grammofon - 2007] partire dal suono, un qualsiasi suono, come quello di un martello che schiaccia un chiodo, plasmarlo a proprio piacimento e trasformarlo in altro, renderlo fruibile in un formato simil canzone, sembra essere in certi ambiti, colti ed elettronici, pratica diffusa. il risultato finale può essere qualcosa di estremamente affascinante o estremamente noioso, la linea è decisamente sottile e non è così difficile superarla, mantenere l'equilibrio giusto, superare il gesto concettuale in se e ricondurre tutto in qualcosa di decifrabile dal nostro udito implica da parte dell'autore un gusto più che raffinato. i toni malinconici di amateur dicono di un'elettronica apparentemente umana, attraversata da voci e melodie semplici, lunghi loop costruiti su suoni dall'origine acustica (legni, chitarre, strumenti autocostruiti) che definiscono la personalità del disco (volontà degli autori è infatti quella di non utilizzare fonti sonore già presenti nelle banche dati del software utilizzato per la programmazione ed elaborazione delle tracce). l'album è nel suo complesso riuscito, riesce infatti a mantenere l'equilibrio di cui si diceva poco sopra, arricchendo anzi il suono di elementi imprevisti talvolta al limite dell'improvvisazione, a throne for the common man, quando non della psichedelia, gli strati melodici e i delay che rimbalzano di the beginner, o del noise. qui il sito del gruppo, scorrendo si trova il video del primo pezzo dell'album.

postato da catpower | 17/07/2007 | commenti


 

[exploding star orchestra - we are all from somewhere else - thrill jockey - 2007] il chicago cultural center e il jazz institute of chicago chiamano e rob mazurek risponde con questo ensemble di quindici elementi appositamente creato per l'occasione, dove per occasione si intende la manifestazione made in chicago in essere nell'agosto 2005. poi una serie di altri trenta concerti ed infine la registrazione di questo disco. il concetto è esprimere, o descrivere, con la musica, la morte di una stella, la sua esplosione, una cosa del genere insomma. per semplice pigrizia dopo le prime dieci righe del booklet mi perdo e mi confondo. basti sapere che nel gioco entra anche un certo numero di anguille elettriche, campionate dallo stesso mazurek in un acquario brasiliano. ok, insomma ci siamo capiti. a prescindere dalle parole e dal peso di cui uno può rivestirle ciò che conta, direi, è la musica. in we are all from somewhere else troviamo tracce di sun ra, certi tortoise, che non per nulla sono coinvolti nel progetto, ed un convinto mood da colonna sonora. l'album è strutturato in due lunghe suite, sting ray and the beginning of time e cosmic tomes for sleep walking lovers, che si sviluppano tra momenti più "tirati", con gli strumenti che si rincorrono alternandosi alle frasi soliste, imperdibili le parti di vibrafono, ed intermezzi ambientali, dal sapore minimalista. il risultato è godibilissimo, anche se ammetto che godibilissimo è una parola del cazzo, spero rob mazurek non se la prenda, dopo tutta 'sta fatica arriva uno e l'unica cosa che sa dire è godibilissimo. ma tantè. nonostante l'ambito in cui si muove, che per brevità chiameremo jazz, benchè tinto di free e molto altro, non sia dei più semplici, il disco si lascia ascoltare tutto d'un fiato, vuoi per certe linee melodiche che emergono prepotenti in certi punti, vuoi per i continui cambi di atmosfera, vuoi per la bravura dei personaggi coinvolti, tutti di primo piano nella scena chicagoana. fine. stelle che esplodono.

postato da catpower | 11/07/2007 | commenti


 

[pissed jeans - hope for men - sub pop - 2007] il lato positivo di questa band, che si è guadagnata ottime recensioni in giro e finanche copertine, è che fa un gran randello, la chitarra in particolare, tra feedback e riffoni si dà da fare, per non parlare della voce di matt kosloff, scorticata al punto giusto, un pò david yow un pò eugene robinson un pò un qualsiasi cantate di una qualsiasi band noise fine '80 primi '90. secondo me è giusto che le band che fanno un gran randello tornino di moda, i tempi sono maturi per un bel revival e un bello spolvero di tutti quei discacci sporchi e cattivi che mi facevano tremare le budella anni fa. chissà mai che a qualcuno venga voglia di ripassarsi i jesus lizard o certi god bullies o almeno gli hammerhead. i pissed jeans, tendono a slabbrare quel suono, a rinvigorirlo di riffoni alla black flag ultimo periodo. è un'attitudine che apprezzo, e anche se bisogna ammettere che l'originalità sta da un'altra parte -ehi attenti però, qui c'è stile- hope for men fa il suo maledetto lavoro di pulizia delle orecchie. qualcuno deve pur pensarci qualche volta. voto più, dito alto.

postato da catpower | 04/07/2007 | commenti (3)